Sacro & Profano srl


“La ricerca di Enzo Giannone ci ricorda che lo sguardo fotografico consapevole vive attraverso un continuo ritornare, riconoscere e rivisitare, oltre che un notare, cogliere e intuire. Ed è grazie a questo suo modo di operare che è riuscito a mantenere intatta la freschezza di questi ‘altarini’, che rimangono misteriosi ma evidenti, ingenui ma sapienti, assurdi ma ordinati. Le inquadrature dell’autore rispecchiano fedelmente la sintesi tra l’ossessione contemporanea per l’immagine e la tendenza antica a creare un legame intimo con ciò che per ognuno è sacro.”
Barbara Cucinotta e Andrea Iran

Si inaugura venerdì 10 maggio, alle ore 19:30, nel Complesso Monumentale di Santa Maria del Gesù, Sacro & Profano srl mostra personale di Enzo Giannone. All’interno del suggestivo Chiostro di Santa Maria del Gesù avrà luogo l’incontro di presentazione e introduzione alla mostra con Maria Monisteri Caschetto (Assessore alla Cultura, Sport, Turismo e Spettacolo, rapporti con associazioni Religiose e Laiche), Francesco Lucifora (Direttore del Complesso Monumentale di Santa Maria del Gesù, Curatore indipendente) e Don Ignazio La China (Docente di ecumenismo, Storico della pietà popolare locale).

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Da Genova verso il resto del mondo


Il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore, ente nato per volontà della FIAF – Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, associazione senza fini di lucro che si prefigge lo scopo di divulgare e sostenere la fotografia su tutto il territorio nazionale, presenta la nuova mostra retrospettiva “Lisetta Carmi – Da Genova verso il resto del mondo” che si terrà al CIFA da sabato 30 marzo a domenica 2 giugno 2019 (Via delle Monache 2, Bibbiena, AR).

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Vincenzo Castella. Milano


Vincenzo Castella

Vincenzo Castella ritrae il mondo non come somma di forme, linguaggi e oggetti ma come correlazione di spazi privati e collettivi della nostra società“. Frank Boehm

Fino al 27 aprile 2019, BUILDING presenta Milano, mostra personale di Vincenzo Castella, a cura di Frank Boehm.
La mostra – che si compone di trenta opera di medio e grande formato, oltre cento immagini inedite del lavoro sulla costruzione dello stadio di San Siro e tre proiezioni video – vuole essere un’antologia inedita sul lavoro svolto da Vincenzo Castella a Milano.
Artista riconosciuto a livello internazionale, la produzione di Castella si colloca principalmente nell’ambito della fotografia di paesaggio, inteso come contesto costruito dall’uomo e ambiente scenico proprio delle città. Il titolo della mostra è significativo, chiara intenzione di un tributo alla città protagonista dell’esposizione e filo conduttore di una produzione che compare nella ricerca di Vincenzo Castella già dalla fine degli anni ottanta. Milano è per l’artista città d’adozione, attuale residenza, il luogo dove la ricerca sulla città ha il suo inizio.

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Visioni Ibride


Alla luce del grande successo di pubblico, con quasi 15.000 ingressi dall’apertura, è stata prorogata fino al 31 marzo 2019 la mostra Sandy Skoglund. Visioni ibride, prima antologica dell’artista statunitense, curata da Germano Celant.
In esposizione oltre cento lavori, quasi tutti di grande formato: si va dalle serie fotografiche prodotte a inizio anni Settanta, dove già emergono i temi caratteristici dell’interno domestico e della sua trasformazione in luogo di apparizioni tra comico e inquietante, alle grandi composizioni dei primi anni Ottanta, che hanno dato all’artista fama internazionale, fino alla creazione più recente, Winter, alla quale l’artista ha lavorato per oltre dieci anni, presentata a CAMERA in anteprima mondiale.
Pesci rossi che volano in una stanza da letto azzurra, scoiattoli neri che invadono un giardino color confetto, variopinte caramelle che rivestono manichini danzanti sono solo alcuni dei set ideati, realizzati e fotografati da Sandy Skoglund che fanno emergere la tensione tra autentico e costruito, tra realtà e sogno delle sue opere. La mostra è realizzata con la collaborazione della Galleria Paci contemporary di Brescia e con il supporto di LCA Studio Legale.

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Soggetto nomade


Soggetto nomade raccoglie per la prima volta in una mostra gli scatti di cinque fotografe italiane realizzati tra la metà degli anni Sessanta e gli anni Ottanta, restituendo da angolazioni diverse il modo in cui la soggettività femminile è vissuta, rappresentata, interpretata in un periodo di grande cambiamento sociale per l’Italia.

Anni di transizione dalla radicalità politica all’edonismo, anni di piombo ma anche anni di grande partecipazione e conquiste civili, dovute principalmente proprio alle donne, e alle battaglie femministe.

Una riflessione sull’identità e sulla sua rappresentazione che prende le mosse dagli straordinari ritratti dei travestiti di Genova di Lisetta Carmi (Genova, 1924), dove la femminilità è un’aspirazione, e si declina attraverso le immagini di attrici, scrittrici e artiste di Elisabetta Catalano (Roma, 1941-2015), gli scatti sul movimento femminista di Paola Agosti (Torino, 1947), le donne e le bambine di una Sicilia sfigurata dalla mafia di Letizia Battaglia (Palermo, 1935) e infine gli uomini che per un giorno assumono l’identità femminile nel carnevale di piccoli centri della Campania esplorati da Marialba Russo (Napoli, 1947).

In Italia il pieno accesso di fotoreporter, fotografe e artiste all’interno del sistema dell’arte e del foto-giornalismo ha avuto inizio a partire dagli anni Sessanta, in concomitanza con i cambiamenti socio-politici e con le molteplici istanze sollevate dal femminismo. Pur appartenenti a generazioni diverse ognuna delle fotografe in mostra si è confrontata con le trasformazioni sociali in atto nella società italiana, originando riflessioni personalissime sull’immagine della donna e più propriamente dell’identità femminile e sui suoi sconfinamenti, sul senso dell’alterità attraverso una sensibilità che ha fatto proprio il pensiero della differenza. Il medium fotografico diviene in questi anni strumento per eccellenza per rappresentare una nuova centralità attribuibile al corpo della donna e alle sue trasformazioni, alle esperienze personali e ai vissuti familiari, al rapporto tra memoria privata e storia collettiva. Le immagini in mostra condividono la rappresentazione di un vasto e non canonico universo femminile inteso in senso ampio, dove il corpo non è solo oggetto dello sguardo esterno, prevalentemente maschile, ma diviene soggetto agente, veicolo con cui esprimere valori altri, non standardizzati o eteronormati.

L’immagine del femminile è quindi al centro della mostra, un’immagine che viene amplificata, esposta e destrutturata, facendosi ora veicolo di valori non borghesi, ora rappresentazione vivida di un’interiorità che riesce a scardinare gli stereotipi. In mostra una selezione di oltre cento scatti a documentare un periodo di circa vent’anni: una testimonianza dell’emergere di nuove e plurali urgenze espressive, che pur non assimilabili ad uno “specifico femminile”, offrono uno sguardo delle donne sulle donne e sulla loro identità. Il titolo della mostra si riferisce alla seminale raccolta di saggi di Rosi Braidotti Soggetto nomade. Femminismo e crisi della modernità (Donzelli, Roma 1995) in cui la filosofa tratteggia una nuova soggettività sessuata e molteplice, multiculturale e stratificata, come quella rappresentata negli scatti delle fotografe presentate in mostra. Fino all’8 marzo 2019.

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Della mia dolce Armenia


Andrea Ulivi

Domenica 10 febbraio ore 17.00, presso Lo Spazio di via dell’ospizio, verrà inaugurata la mostra fotografica Della mia dolce Armenia di Andrea Ulivi. Una serie di immagini in bianco e nero, quelle di Andrea Ulivi, che hanno come tema l‘Armenia. La mostra comprende circa quaranta fotografie scattate dal 2009 al 2014.
Già durante il primo viaggio, che il fotografo ed editore ha compiuto in Armenia nel 2008, è sbocciato un amore incondizionato, permettendo al suo obbiettivo interrogante di indagare quei luoghi e offrirsi all’anima di quel popolo.
Essenzialmente sono due i grandi temi toccati: la vita di un popolo antichissimo e i luoghi a questo popolo sacri, i luoghi che hanno costituito la sua identità, la sua “armenità”, la sua spiritualità che affonda le proprie radici nel 301, quando il re dell‘allora Grande Armenia, Tiridate III, convertito da san Gregorio l‘Illuminatore, dichiarò il cristianesimo religione di Stato. Nell’altopiano armeno fioriscono isolati edifici di culto e monasteri, che, come pietre preziose, si ergono dall’aridità del suolo, duro, difficile, assolato, inondato da una luce abbagliante che questi monasteri e piccole chiese, spesso di pietra chiara, rilucono e conservano nell’oscurità del loro ventre, intatta, per poi restituirla come luce mistica.
L‘altro tema è il popolo e la sua identità; gli armeni, con i loro volti gioiosi e tristi, gravi e carichi di senso, un senso millenario, il senso di una genealogia che li ha resi saldi di fronte alle traversie, alla povertà e alle persecuzioni. Molti se ne sono andati formando una delle più importanti diaspore che la storia del mondo ha conosciuto, molti sono rimasti e altri sono tornati in questo nuovo Paese libero e finalmente indipendente. Si vedono bambini, donne, uomini e anziani fieri e consapevoli del loro essere armeni, che neanche il “Grande Male”, il genocidio del 1915, è riuscito a estinguere.
Andrea Ulivi (Firenze, 1960), fotografo, editore e docente, insegna Fondamenti di editoria e Tecniche redazionali presso la Scuola di Editoria di Firenze ed è stato docente incaricato di Fotografia, cinema e televisione presso la Facoltà di Architettura di Siracusa. Nel 1998 fonda a Firenze la casa editrice Edizioni della Meridiana. In campo fotografico ha realizzato varie mostre personali tra cui «Zona Tarkovskij», «San Miniato. Una porta di speranza», «Luce armena», «Della mia dolce Armenia», oltre ai volumi Nel bianco giorno, Luce armena, Il verde e la roccia, Eye Flow, Tracce di vita nel silenzio. L‘antico carcere delle Murate di Firenze, con Marcello Fara, e, con i testi di Lorenzo Bertolani, La speranza è la certezza. Ha esposto le sue opere fotografiche in Italia, Armenia, Europa, Stati Uniti. È curatore per l‘Italia degli scritti del regista Andrej Tarkovskij facendo parte dell‘omonimo Istituto. È fotografo di scena per la Compagnia Versiliadanza e per il Teatro Cantiere Florida di Firenze. Ha scritto saggi di fotografia, letteratura e cinema.

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People of Tamba e Senegal/Sicily


Venerdì 8 febbraio alle ore 18.00 saranno inaugurate, negli spazi della fsmgallery, le mostre PEOPLE OF TAMBA e SENEGAL/SICILY di Giovanni Hänninen e Alberto Amoretti.
“Il progetto fotografico People of Tamba e la serie di corti documentari Senegal/Sicily sono due diversi progetti
nati con l’obiettivo comune di affrontare alcuni aspetti della migrazione clandestina sia con la società africana
che con quella occidentale.
Nel maggio 2018 abbiamo scelto di installare per la prima volta i ritratti di People of Tamba nelle strade, creando
un’esperienza di arte pubblica, con stampe 2 metri per 3 incollate sui muri nella Medina di Dakar, Senegal.
Grazie a questa installazione open air durante Dak’Art, Biennale d’Arte Africana Contemporanea, sono stati
gli abitanti di Dakar a poter fruire liberamente delle fotografie, mentre svolgevano le attività di tutti i giorni,
e potendo specchiarsi con dignità e orgoglio in questo ritratto della loro stessa società.
Dopo Dak’Art 2018, l’esperienza è stata ripetuta con successo sull’Esplanade des Invalides a Parigi durante
la Nuit Blance 2018 e dal 21 febbraio 2019 sarà esposta sui muri della Medina di Marrakech durante
1-54, Contemporary African Art Fair.
In parallelo la serie di corti documentari Senegal/Sicily ha trovato il proprio primo pubblico lontano dai festival
blasonati europei e americani, ma attraverso proiezioni itineranti fra le scuole e i villaggi della regione di
Tambacounda, la più povera del Senegal, e da cui parte la maggioranza dei senegalesi che migrano illegalmente
verso l’Europa. Massamba, un membro di Le Korsa – una ONG che opera nella regione – portando con sé solo
un proiettore ha proiettato i documentati sui muri scrostati dei villaggi più remoti dell’area, dove elettricità e
acqua corrente spesso non esistono. Proprio come all’origine del cinema, quando i film erano itineranti e si
guardavano solo alla fiera.”
People of Tamba e Senegal/Sicily sono realizzati con il supporto di The Josef and Anni Albers Foundation e Le Korsa.

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MIRACULUM


Inaugura sabato 9 febbraio alle ore 17, presso spazio LATO, a Prato in Piazza San Marco 13, la mostra Miraculum. Pareidolia del pane quotidiano, a cura di Gaia Vettori.
Miraculum è un singolare progetto espositivo che coniuga visione, suono e gusto; una mostra “sinestetica” che ha visto impegnati la fotografa Serena Gallorini e il musicista Edwin Lucchesi nel tradurre in immagine e suono uno dei prodotti tipici del territorio, cioè il pane conosciuto con il nome di “bozza” pratese.
La mostra è stata promossa grazie alla collaborazione fattiva del Panificio Ciolini di Montemurlo, una storica attività che si avvia a compiere un secolo (è stato fondato nel 1921).
I fratelli Luciano e Marzio Ciolini portano avanti la tradizione di famiglia e da tempo si stanno dedicando alla divulgazione dell’arte bianca attraverso iniziative didattiche, collaborando con le scuole del territorio e con numerose associazioni.
La mostra Miraculum si inserisce in questa serie di attività culturali promosse dalla famiglia Ciolini che ha commissionato il progetto nato con finalità benefiche a favore della Fondazione Cure2Children Onlus impegnata nel supporto ai bambini con tumori e malattie del sangue.
Il giorno dell’inaugurazione della mostra, a partire dalle ore 19.00, si svolgerà l’asta a favore della Fondazione e il ricavato della vendita delle foto sarà devoluto a Cure2Children.
Per l’occasione, nel bellissimo spazio LATO a Piazza San Marco, saranno esposte 13 foto di Serena Gallorini: nove nel formato 30×40 cm e quattro di grandi dimensioni, tre delle quali convertite in tracce sonore dal musicista e producer Edwin Lucchesi.
Serena Gallorini ha fotografato dettagli in bianco e nero di bozze di pane del forno Ciolini; successivamente Edwin Lucchesi ha trasformato i pixel della griglia raster delle fotografie in una partitura visiva e quindi in note, tramite un algoritmo diviso in tre sezioni, al fine di produrre scale e quindi suggestioni sonore.
“ Le immagini in bianco e nero – scrive Gaia Vettori nel testo che accompagna la mostra – divengono allora universi paralleli aperti a ogni possibile interpretazione. Realtà altre, così concrete e apparentemente familiari eppure così metafisiche e perturbanti: è l’affascinante mondo della pareidolia.”

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