Imaginary towns di Francesco Romoli


 

Palazzi in rovina, perduti in qualche deserto oltre la realtà. Riflessi di quello che è stato. Personaggi che abitano case che non esistono più. Un mondo proiettato o perduto oltre i confini di un universo dove si disegnano e si raccontano le avventure di esseri fragili che ignorano perché siano nati. E ai quali non basteranno duemila anni per diventare grandi.

Questo è il mondo immaginato da Francesco Romoli, un mondo che nasce sul nostro, immaginario, fantastico, inquietante. Ma è un mondo poi così lontano? Per secoli le credenze religiose ed i modelli di società legati alla terra e alla coltivazione hanno elargito granitiche certezze. L’uomo che viveva di agricoltura abitava dove c’era la terra e si spostava solo in casi drammatici, quando la terra si faceva avara, per tragedie climatiche o cataclismi demografici. Questo “restare” era del proprietario come del bracciante, perché la terra sosteneva entrambi. Allo stesso tempo, un forte modello religioso era l’unica entità che offrisse risposte alle domande esistenziali dell’uomo. Nel corso dei secoli, dalle prime civiltà mesopotamiche all’antico Egitto, dalla Grecia classica all’impero Romano fino al medioevo, la religione, pur con strutture e organizzazioni diverse da epoca a epoca, ha rappresentato quella rete di salvataggio di cui l’uomo ha sempre avuto bisogno. Ma il Novecento, dopo l’ottimismo dell’illuminismo e del positivismo, si è aperto con un nugolo di teorie destabilizzanti e il Duemila prosegue su quelle premesse. La relatività di Einstein, la fisica quantistica di Planck, il concetto di inconscio di Freud, il teorema di incompletezza di Gödel, il principio di indeterminazione di Heisenberg, se non hanno cambiato la nostra vita in maniera immediata hanno però sottilmente corroso nel tempo le nostre convinzioni. Si diffondono in poco tempo opinioni sul fatto che esistano limiti a ciò che possiamo prevedere. Pian piano l’essere religiosi e credere nell’azione provvidenziale di un Dio, in gran parte del mondo, sono diventate sempre più scelte individuali e private, che non impegnano la società nel suo insieme. Non portiamo alcuna certezza nel nostro zaino e non abbiamo niente da dichiarare.

Quando la città/polis del Rinascimento è diventata una metropoli, con tutte le sue contraddizioni, l’ansia è arrivata al suo apice. La società rurale è feroce ma toglie il senso di colpa, non consente quasi mai di scegliere. Ma la modernità reca il parto dell’ansia. L’oggetto della conoscenza è diventato un bersaglio mobile. Si deve venire a patti con il fatto che si sta usando un metodo incerto e che i risultati vanno guardati con la disponibilità a riformularli ogni qualvolta si acquisiscano nuovi dati. Del resto le strategie di sopravvivenza fondate sulla scienza sperimentale si sono dimostrate più efficaci di quelle fondate su metafisiche forti, che calmano l’inquietudine ma non riescono a produrre più cibo, a far fronte elle epidemie, a portare l’igiene.

Le immagini di questa serie quindi rappresentano la perdita dell’equilibrio, l’instabilità del mondo e il senso di precario che ne consegue. E’ l’ora che se ne va, è la terra che scappa sotto i piedi, è la vita di ogni giorno con i suoi tempi molto rapidi e i molti vuoti di senso. E’ l’inganno di una società dei consumi che crea bisogni illusori ma che dietro la facciata non offre nulla. Le città di cartone sono al tempo stesso opprimenti prigioni e strutture tragicamente fragili e precarie, che possono imprigionare solo chi crede di non avere una scelta.

Francecso Romoli ha frequentato il Corso di Ritratto alla FSM nel 2013.

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